Di pane, cicale, cultura e resistenza.
- Claudia Martore

- 21 apr 2020
- Tempo di lettura: 3 min
Il settore culturale, paziente che già non godeva di buona salute prima del Covid19, si appresta a diventare uno fra i più duramente colpiti da questa emergenza. E sì, è una banalità, ma è una banalità che invita a riflettere sulle ragioni che ci hanno portato qui dove siamo adesso. Innanzitutto una precisazione: il teatro non morirà. E' sopravvissuto nei secoli-dei-secoli-amen tra pestilenze e repressioni di ogni sorta, quindi no: non finirà a causa del Coronavirus. Tuttavia il teatro - come molte altre forme d’arte che conosciamo, dalla letteratura alla musica, dal cinema alla fotografia - è anche parte di un comparto produttivo che dà lavoro a centinaia di figure professionali. In questo momento praticamente ognuno di noi - nel chiuso delle proprie quattro mura - si sta guardando intorno in preda a una scala di sensazioni che vanno dall’ansia a una specie di panico suicida, perché finiti i bonus (per chi ce l'ha fatta) quel che c'è davanti è all'incirca un anno di niente (se va bene). E allora c'è chi pensa a come inventarsi nuove forme di spettacolo e chi al lavoro nei campi, ma un pensiero pervade più o meno tutti: "in questo momento le mie competenze sono tutte completamente inutili".
Certi giorni ho la sensazione di essere una cicala.

Mi capita di guardarmi dentro e dire - ehi, ma non avrò davvero fatto tutto questo perché non volevo fare niente di “serio”? Non è che in realtà sono sempre stata pigra? Poi però prendo un bel respiro e fermo quei criceti in preda a una crisi di nervi, intenti a sbranarsi da soli, che ho nella testa. E diamine, no!
La caccia ai "furbetti della passeggiata", ai runner, a chiunque nella più totale sicurezza e rispetto delle norme abbia manifestato un residuo amore per la vita, che si è scatenata in queste ultime settimane nel paese, ha messo in evidenza un retro-pensiero drammaticamente radicato nell'individuo italiano: “perché lei/lui sì e io no?” Non a caso nei dibattiti intorno a questi temi, puntuali come treni giapponesi, arrivavano quelli del "eh ma se lo facessimo tutti le strade sarebbero piene". Ma piene di che? Ma prima del lockdown com'era per voi uscire di casa? Io giuro che intorno a casa mia non mi è mai capitato di attraversare la folla della maratona di New York per andare dal panettiere. Eppure io per prima, quando tutto questo è iniziato, ho sviluppato una sorta di latente senso di colpa per il mio bisogno di camminare e assistere a quel momento in cui le foglie riempiono i rami. Sembra, ma non sto divagando; adesso torno al punto.
Viviamo in un paese dove i concetti di lavoro e passione difficilmente vengono ben visti insieme. Peggio che mai se parliamo di cultura. Il verbo lavorare sembra molto più digeribile se accomunato al suo sinonimo faticare, perché per essere un bravo cittadino a lavorare ci devi andare controvoglia. O meglio ancora se vai volentieri a fare qualcosa che però non vorresti fare. "Non viene dall'esterno il nostro male: è dentro di noi, sta nelle stesse nostre viscere e, perciò, difficilmente possiamo guarire: ignoriamo di essere malati." dice Seneca Noi lavoratori dello spettacolo non siamo esenti da questa visione delle cose. Lo testimonia quell'eterno accontentarsi delle condizioni minime economiche e di tutela. Perché sì: sappiamo essere abbastanza felici da vivere di minimi. Ma lo sappiamo come funziona quando smetti di essere ragionevolmente esigente, vero?
Dobbiamo smetterla di sentirci un condimento. È vero che senza il nostro lavoro la gente mangia lo stesso. Ma quando si parla dei valori, delle radici e della storia di questo paese è la cultura ad essere issata come bandiera.
Fateci caso. Andate a riguardare quei video di risposta che intasavano le nostre bacheche quando nelle scorse settimane ci siamo sentiti chiamare "italiani-untori".
Questa battaglia nata da una giusta necessità sta slittando su un altro fronte: in nome di un presunto pragmatismo si sta demolendo il diritto alla bellezza. Alla gioia. A quella cosa senza la quale ci è sembrato talmente impossibile poter vivere che, con le nostre professioni, siamo arrivati fin qua. E' proprio questo il momento di riconoscere che cos'è questo valore. Di dargli un nome, perché esiste solo ciò che può essere chiamato. E' proprio questo il momento di essere resistenti. E allora "Canta cicala, càntera in manfrore, il mezzogiorno zàmpiga e leona. Canta cicala in zìlleri d’amore: E gnacche alla formica ammucchiarona!"
*L' immagine è tratta dal libro Cicala di Shaun Tan
*I versi sono tratti da "Gnacche alla formica" - Fosco Maraini




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